lunedì 30 gennaio 2012

Il Settecento a Verona. La nobilà della pittura: Tiepolo, Rotari, Cignaroli. 30 gennaio 2012













Oggi, dopo l'inizio delle perizie per il caso BMP/Fav, ho visitato la mostra sul Settecento a Verona

La mostra è suddivisa in 8 sezioni tematiche:
Verona negli occhi e nella fantasia dei pittori
Gli "antefatti"
I nuovi protagonisti, Balestra e Maffei
Il laboratorio delle idee: modelletti grafici e pittorici
Ritratti
Teste di Fantasia, ritratti dell'anima
Verso il neoclassicismo
Verona e i Tiepolo



Il Settecento a Verona - Cultura artistica a Verona tra Sei Settecento
Il XVIII secolo portò in tutta Europa un mutamento nello stile architettonico e pittorico e anche a Verona vi furono dei cambiamenti. Progressivamente si assistette al superamento dello stile barocco e della sua cupezza, che a Verona non aveva mai riscosso particolare successo, avversato in particolare da Scipione Maffei, figura di riferimento del panorama culturale cittadino.Il fantasioso, fresco e sereno rococò di provenienza transalpina incontrò invece il gusto della committenza e maggiore adesione di pittori e architetti.Il rococò ebbe immediato successo a Venezia dove trovò il suo ambiente ideale. Verona, come già in passato con altre rivoluzioni stilistiche, orgogliosa del suo passato romano e medievale, preferì meditare sulle scelte artistiche e assorbirle secondo il suo gusto e personalità.Rinnovatore della pittura veronese a cavallo tra Seicento e Settecento fu Antonio Balestra (1666-1740), ancora legato alla cultura tradizionale, classicista e accademica, ma che introdusse a Verona una maggiore leggerezza rispetto al barocco, sia nelle opere con soggetto profano, sia in quelle a carattere sacro. In queste ultime in particolare si può cogliere il mutamento nella sensibilità artistica. Anche i santi, ai quali la drammaticità barocca aveva spesso imposto sofferenza e volti emaciati, diventano nelle tele del Balestra belli anche fisicamente, atletici e apparentemente privi di tormenti interiori.
Altra importantissima personalità artistica che animò e influenzò la pittura del primo Settecento è il francese Louis Dorigny (1654-1742), formatosi tra Roma e Venezia finì per stabilirsi a Verona. Il Dorigny fu pittore di grande successo, raccogliendo committenze importanti per dogi, patrizi veneziani (suoi alcuni degli affreschi interni per la Rotonda del Palladio a Vicenza) e abati.Quello del Dorigny è un rococò elegante, decorativo e scenografico con costruzioni pittoriche di grande teatralità e impatto visivo. I suoi soffitti decorati appaiono "sfondati" con audaci giochi architettonici di colonne, archi e logge su cui colloca i personaggi. A Verona, oltre alle opere in mostra, si possono ammirare meravigliose opere del Dorgny presso la Cappella dei Notai all'interno del Palazzo della Ragione, e al Museo degli Affreschi nonché in alcune chiese.
In questa sezione oltre: Autoritratto; Caduta della manna; Betsabea al bagno di Louis Dorigny; Autoritratto, Teti nella fucina di Vulcano; Sant''Ignazio dispensa grazie di Antonio Balestra; Madonna con il Bambino e i santi Girolamo e Sebastiano; Cena di Emmaus, di Simone Brentana.


Il Settecento a Verona - La Verona negli occhi e nella Fantasia dei Pittori
Nel Settecento comincia a cambiare il modo di guardare, considerare e rappresentare l'ambiente in cui si vive. Non è più sufficiente narrarlo enfaticamente come sfondo di racconti mitologici come aveva fatto la pittura rinascimentale e manierista, e lo stile barocco, che ama ambientazioni drammatiche in cui collocare santi, dei, eroi mitologici, sta completando il suo ciclo. Si incomincia a rappresentare l'ambiente nella sua forma storicamente definita.E' la nascita del vedutismo, un genere a se' stante i cui soggetti diventano i paesaggi e soprattutto le città. Il vedutismo settecentesco ci offre un'insestimabile e affascinante testimonianza della bellezza di Verona nel XVIII secolo, considerata all'epoca città d'arte a livello internazionale.



Il Settecento a Verona - I nuovi protagonisti della pittura
E' questa sicuramente la sezione più corposa della mostra "Il Settecento a Verona" è sicuramente. In essa sono raccolte le opere della seconda generazione di artisti rococò, con i quali questo genere pittorico raggiunge a Verona la sua maturità sia per quel che riguarda la committenza ecclesiastica, che per la committenza laica, la pittura di genere e la scultura.
Giambettino Cignaroli e Pietro Antonio Rotari
Sono i due protagonisti della seconda parte del secolo, di diversa origine e formazione ma che divennero grandi pittori di successo, non solo sulla scena veronese, ma in grado di trovare appassionati estimatori della loro opera nelle corti di mezza Europa. Giambettino Cignaroli, figlio di un mugnaio e allievo di Prunato, Dorigny e Balestra, Pietro Antonio Rotari, discendente di una nobile famiglia veronese, formatosi a Venezia, Napoli e Vienna fino a divenire pittore di corte dell'imperatrice di Russia Caterina II. Il Settecento, il secolo dei lumi, andava progressivamente riformando anche le rigide divisioni di classe dei secoli precedenti.
Il Cignaroli è un classicista in pieno rococò. Le sue pale d'altare sono caratterizzata da una quasi esasperata perfezione formale e tecnica, le figure sempre eleganti e luminose tanto che gli vennero commissionate da numerose chiese anche fuori dei confini veronesi arrivando fino alla corte spagnola. Con l'occasione della mostra "Il Settecento a Verona" è giunta dal museo del Prado di Madrid la spettacolare Madonna col Bambino l'angelo custode e i santi Lorenzo, Lucia, Antonio da Padova e Barbara. La grande pala fu commissionata al Cignaroli nel 1759 per il Palacio Real del la Granja de San Ildefonso a Segovia. Tale fu il prestigio di cui godette, l'imperatore Giuseppe d'Austria visitò il suo studio a Verona, che al Cignaroli fu affidata la fondazione e direzione dell'Accademia d'Arte di Verona. L'Accademia che esiste tutt'ora, porta ancora il suo nome.
Quasi contemporaneo del Cignaroli è Pietro Antonio Rotari, anch'egli in grado di realizzare dipinti sia di grande che di piccolo formato di grande eleganza formale e ritratti estremamente vivi ed espressivi che gli valgono committenze importanti come il Ritratto della principessa Elisabetta di Sassonia e della Principessa Cunegonda di Sassonia. Pietro Antonio Rotari finirà i suoi giorni ricco e ammirato, in un modo misterioso presso la corte dell'imperatrice di Russia Caterina II. La mostra il Settecento a Verona presenta un'ulteriore sezione di ritratti di questo importante protagonista della storia dell'arte veronese.
La Pittura di Genere di Marco Marcola
La mostra "il Settecento a Verona, la nobiltà della pittura", permette inoltre di riscoprire un singolare quanto entusiasmante pittore di genere: Marco Marcola, a volte definito il Pietro Longhi di Verona.Egli è presente alla mostra con due sorprendenti ovali, due "fotografie" dettagliatissime della vita quotidiana nella Verona del Settecento. Nella prima uno spettacolo della commedia dell'arte rappresentato all'interno dell'arena. Nell'altro una scena di saltimbanchi per le vie della città. Sono opere di grande vitalità, ricche di scene nella scena che ci mostrano gli usi, i costumi, le abitudini, le manie dei veronesi del XVIII secolo. Un'altra sua opera presente in mostra è una rappresentazione del "Bacanal de Gnocco", la sfilata del tradizionale carnevale veronese che ancora oggi si ripete ogni anno il venerdì grasso.
Scultura del Settecento a Verona
In una mostra sull'arte del Settecento a Verona non poteva mancare una sezione dedicata alla scultura con due splendide statue realizzate in tufo locale probabilmente da Domenico Muttoni per li palazzo Zavarise, Mariotto-Ronca. Anche nella scultura, lo stile veronese fu caratterizzato da una grande correttezza ed eleganza formale che si coniugava con una caratteristica torsione dei corpi ancora di derivazione seicentesca, un calibrato bilanciamento dei pesi che invita lo spettatore a guardare l'opera da più lati. Le statue rappresentano Pomona, dea dei frutti e Cerere, divinità delle messi, simmetriche e speculari.Altri esempi di scultura a Verona nel XVIII secolo sono un meraviglioso San Giuseppe di Diomiro Cignaroli, le sculture bronzee dei santi Fermo e Rustico, e il Martirio di Sant'Arcadio di Angelo Sartori.Completano questa sezione due divertenti sculture di nani, tema molto diffuso nel settecento e che trova nelle scultura di villa Valmarana a Vicenza il suo più illustre esempio.
In questa sezione oltre: Santa Maria Maddalena penitente; Pan e Siringa; L'arrivo di Erminia tra i pastori; Natività di Maria; Alessandro e Rossane; Viigilanza di Pietro Antonio Rotari; Betsabea al bagno; La Madonna col Bambino appare a san Gaetano da Thiene; Verona rende omaggio alla Vergine; San Giuseppe da Copertino vola verso la statua dell'Immacolata; Pomponio Secondo riceve gli onori trionfali; La Madonna col Bambino l'angelo custode e i santi Lorenzo, Lucia, Antonio da Padova e Barbara; Angelica e Medoro; Danae; Leda e il cigno; La Madonna col Bambino e san Tommaso da Villanova; Redentore con i santi Egidio, Gaetano da Thiene, Francesco di Sales e le anime del Purgatorio di Giambettino Cignaroli - Prudenza; Mundi vetus recens: hinc posterum unversale systema , di Felice Boscarati - Commedia dell'arte in Arena; Spettacolo di strada di Marco Marcola



Il Settecento a Verona - L'Affresco del Tiepolo per Palazzo Canossa
Uno dei momenti più entusiasmanti della mostra "Il Settecento a Verona, la nobiltà della pittura", sarà la ricostruzione virtuale del Trionfo di Ercole, opera di Gianbattista Tiepolo realizzata nel 1761 per palazzo Canossa a Verona. L'immensa superficie affrescata, 14 metri per 8, crollò nell'ultimo giorno della Seconda Guerra Mondiale per l'Italia, il 25 aprile 1945,. I nazisti infatti, nonostante gli appelli e le garanzie fornite dalle autorità cittadine, nel lasciare Verona minarono tutti i ponti e li fecero saltare nella speranza che ciò avrebbe loro garantito una più sicura ritirata verso la Germania. Non venne risparmiato nemmeno il ponte romano di Verona, Ponte Pietra, e uguale triste sorte toccò al ponte Scaligero di Castelvecchio. L'esplosione fu di tale potenza che molti furono i danni subiti dagli edifici limitrofi, tra cui il sanmicheliano palazzo Canossa.La meravigliosa opera del Tiepolo si distaccò dal supporto in cannucciato e precipitando sul pavimento si sbriciolò in migliaia di frammenti che vennero raccolti con amorevole cura in alcune casse dove ancora oggi si trovano conservati. Nei tumultuoso e drammatico ultimo periodo di guerra, proprio temendo un danneggiamento dell'affresco, era stato eseguito un rilievo fotografico in bianco e nero. Proprio sulla base di queste immagini è stato oggi effettuata la ricostruzione virtuale che verrà presentata alla mostra sul Settecento a Verona. Grazie all'analisi dei pigmenti usati da Gianbattista Tiepolo, è stato quindi possibile creare una riproduzione virtuale di come l'affresco poteva apparire nello splendore della sua colorazione originale.L'opera ricostruita del Tiepolo sarà quindi uno delle opere più interessanti dell'allestimento espositivo presso il Palazzo della Gran Guardia.Assieme alla riproduzione in scala ridotta del soffitto del salone di palazzo Canossa, in mostra saranno presenti anche gli ovali affrescati delle sovraporte, staccati e montati su pannelli mobili. In essi sono rappresentate una serie di personificazioni allegoriche delle virtù e sono stati collocati all'interno degli spazi del palazzo della Gran Guardia, come sono effettivamente posizionati ancora oggi nel palazzo.A completamento della "sala del Tiepolo" vi saranno anche alcuni frammenti originali dell'afresco di palazzo Canossa, ricomposti in una sorta di puzzle che permette di apprezzare la straordinaria tecnica del grande maestro veneziano.
La speranza è che sulla spinta della mostra "Il Settecento a Verona" si possa avviare un'opera di ricostruzione dell'opera utilizzando i frammenti originali dello strato pittorico. Si utilizzerebbe in questo caso una tecnologia simile a quella impiegata per il restauro della basilica di San Francesco ad Assisi danneggiata dal terremoto del 1997. Con l'ausilio di moderni programmi computerizzati per la mappatura delle sfumature cromatiche è stato infatti possibile il riposizionamento di centinaia di migliaia di frammenti di intonaco anche di dimensioni microscopiche.

sabato 14 gennaio 2012

Istanbul. Sultan Ahmed I. Jan 2012
















This tomb is to Sultan Ahmed I who was responsible for building the Blue Mosque and his tomb is located just to the north of the mosque. It was built in 1620 by Sultan Osman II who was Ahmed I's son and designed by Sedefkar Mehmed Aga. It's decorated with 17th century Iznik tiles. The tomb contains the tombs of Sultan Ahmed I and his wife’s, sons and daughters.

Ephesus. Basilica of St John. Jan 2012




It is believed that the evangelist St. John had spent his last years in the region around Ephesus and buried in the southern slope of Ayosolug Hill. Three hundred years after the death of St. John, a small chapel was constructed over the grave in the 4th century. The church of St John was changed into a marvelous basilica during the region of Emperor Justinian (527 -565 AD).
St John or the Apostle John was the writer of the Fourth Gospel and the book of Revelation. The accounts of the Gospels agree that he is the son of Zebedee; together with his brother James, began to follow Jesus while fishing in the Lake Galilee. He became one of the Christ’s closest disciples and was with him on various significant events such as the Transfiguration and the Crucifixion. At his writings when Jesus was on his torture stake he said that : ‘Mother, this is your Son’. And to his beloved disciple, ‘this is Your Mother’(John 19:26-27).The beloved disciple is thought to have been St John. The second half of the first century was full of persecution for the early Christians.Apostle James and Stephen were killed in Jerusalem.Paul was sent to Rome and executed. According to tradition John took The Mother Mary and came to Ephesus.He wrote his Gospel in Ephesus and the Revelation in Greece Island, Patmos in 96AD.
The monumental basilica was in the shape of a cross and was covered with six domes. Its construction, being of stone and brick, is an extremely rare find amongst the architecture of its time. Raised by two steps and covered with marble, the tomb of St John was under the central dome, that was once carried by the four columns at the corners. The columns in the courtyard reveals the monograms of Emperor Justinian and his wife Theodora. Constructed in the 5th century AD, the baptistery is north of the nave, with its key hole shape. Rampart walls around the church were constructed for protection from the Arabian attracts in the 7th - 8th centuries AD. The impressive 10th century AD frescoes representing St John, Jesus and a Saint, ornament the chapel. With the invasion of Turks, the chapel was used as a mosque in the 14th century; unfortunately Basilica of Saint John became unusable due to the serious earthquake in the same century.

Ephesus. House of Virgin Mary. Jan 2012




Located on the top of the "Bulbul" mountain 9 km ahead of Ephesus, the shrine of Virgin Mary enjoys a marvelous atmosphere hidden in the green. It is the place where Mary may have spent her last days. Indeed, she may have come in the area together with Saint John, who spent several years in the area to spread Christianity. Mary preferred this remote place rather than living in crowded place.
The house of Virgin Mary is a typical Roman architectural example, entirely made of stones. In the 4th century AD, a church, combining her house and grave, has been built. The original two-stored house, which consisted of an anteroom (where today candles are proposed), bedroom and praying room (Christian church area) and a room with fireplace (chapel for Muslims). A front kitchen fell into ruins and has been restored in 1940's. Today, only the central part and a room on the right of the altar are open to visitors. From there one can understand that this building looks more like a church than a house. Another interesting place is the "Water of Mary", a source to be found at the exit of the church area and where a rather salt water, with curative properties, can be drunk by all.
Paul VI was the first pope to visit this place in the 1960's. Later, in the 1980's, during his visit, Pope John-Paul II declared the Shrine of Virgin Mary has a pilgrimage place for Christians. It is also visited by Muslims who recognize Mary as the mother of one of their prophets. Every year, on August 15th a ceremony is organized to commemorate Mary's Assumption.

Ephesus. Archaelogical Museum. Jan 2012













Ephesus Archaeological Museum is located in Selcuk, which is 70km away from Izmir, where Ephesus ancient city is found.

In Ephesus, the works of art dug up between 1867-1905 were transported to the British Museum ; those from 1905-1923 taken to Vienna. Then Turkish Republic forbade taking antiques out of the country and founded a museum in Selçuk near Ephesus.Its present form was given in 1983.

The Ephesus Museum is different from other many museums.It is not designed according to chronological order on the contrary it has rooms with a theme.For example the rooms are called as The House Findings Room, The Hall of The Fountain Relics, The Hall of The Funerary Relics, The Hall of Artemis, The Gladiators Section, ...etc.

If you are interested in the works of art and history, we recommend you to see this museum strongly.

Efeso. Gennaio 2012



Efeso, detta in Turchia anche Selçuk , è una delle più note località archeologiche del Mediterraneo. In questo luogo si ebbero già dall'antichità numerose presenze (Ioni, Lidi, Persiani ecc.). Per un certo periodo vi regnò il famoso Creso. Dopo aver fatto anche parte del regno di Alessandro Magno, la città passò prima ai re di Pergamo e successivamente ai romani che ne fecero il capoluogo della provincia "Asia".

Furono numerosi gli imperatori che vi costruirono monumenti ed edifici pubblici. Intorno all'epoca di Augusto, Efeso aveva circa 200.000 abitanti ed era sicuramente una delle principali città dell'impero romano. Pure rilevante dal punto di vista commerciale era il porto ora interrato. Con l'avvento del Cristianesimo divenne uno dei maggiori centri del nuovo pensiero. Fra l'altro ad Efeso ebbero luogo alcuni concilii e S.Paolo vi soggiornò per alcuni anni. Nel 263 d.C fu assalita dai Goti e successivamente tornò a Bisanzio. Nel 655 fu gravemente saccheggiata dagli Arabi.
Buona parte degli scavi ad Efeso sono stati condotti da austriaci già dal 1895. Sono di rilievo per i visitatori le costruzioni dedicate ad Artemide(incluso ciò che resta del famoso Artemisio), il Ginnasio, lo Stadio, le Terme di Costantino, la biblioteca di Celso e la c.d. via di Marmo che attraversa buona parte del sito archeologico. Rilevanti anche la piazza di Verulano, la chiesa di San Giovanni ed altri monumenti (alcuni forse collegati alla breve presenza dell'egiziana Cleopatra).
I famosi concili di Efeso (431 e 449 d.C) si svolsero nella chiesa di Santa Maria- costruita nel IV secolo- ed i ruderi di questa sono vicini alle terme. A pochi chilometri dal recinto degli scavi è ubicata infine una chiesetta sorta sui ruderi di una dimora di Maria (vedi foto nel link). Tali resti furono individuati da un sacerdote nel 19° secolo. Non distante dalla zona degli scavi di Efeso è ubicata infine una grotta detta dei "sette dormienti" che, secondo tradizioni e leggende che risalgono al III secolo, fu usata da alcuni giovani in contrasto con il potere romano dell'epoca. Efeso è infine una delle sette città citate nell'Apocalisse di Giovanni (o libro della Rivelazione).

Capadocia Gennaio 2012





La Cappadocia (in turco: Kapadokya; greco Καππαδοκία) è una regione storica dell'Anatolia, un tempo ubicata nell'area corrispondente all'attuale Turchia centrale, che comprende parti delle province di Cesarea, Aksaray, Niğde e Nevşehir.

La Cappadocia si caratterizza per una formazione geologica unica al mondo e per il suo patrimonio storico e culturale. Nell'anno 1985 è stata inclusa dalla UNESCO nella lista dei siti patrimonio dell'Umanità, con una superficie protetta di 9576 ha.

La regione che attualmente prende il nome di Cappadocia è molto più piccola di quello che era l'antico regno di Cappadocia di epoca ellenistica.

Il parco nazionale di Göreme e i siti rupestri della Cappadocia sono stati dichiarati patrimonio dell'umanità dall'UNESCO.
Per migliaia di anni, e fino ad oggi, la regione è sempre stata luogo di insediamenti umani. Vi fiorirono alcune antiche civiltà, come quella degli Ittiti, o altre ancora provenienti dall'Europa o dalle stesse regioni dell'Asia Minore, e ognuna di esse ha lasciato in Cappadocia la propria impronta culturale.

Le peculiarità geologiche del sito hanno fatto sì che i suoi paesaggi siano spesso descritti come "lunari". La formazione geologica tipica, un tufo calcareo, ha subito l'erosione per milioni di anni, acquisendo forme insolite ed è abbastanza tenero da consentire all'uomo di costruire le sue abitazioni ricavandole dalla roccia, dando vita a insediamenti rupestri, piuttosto che a edifici innalzati da terra. In questo modo, i suoi paesaggi lunari sono pieni di cavità e grotte, sia naturali che artificiali, molte delle quali continuano ad essere frequentate e abitate ancora oggi.

La posizione geografica ha fatto per secoli della Cappadocia un crocevia di rotte commerciali, oltre che l'oggetto di ripetute invasioni. Gli abitanti della regione hanno costruito rifugi sotterranei (esempi ancora visitabili sono le città di Kaymaklı e Derinkuyu) che permettevano a intere città di rifugiarsi nel sottosuolo, e di sopravvivervi per molti mesi, senza necessità di arrischiare sortite esterne. La costruzione di queste città sotterranee si articolava su più livelli (la città di Kaymaklı ne ha nove sotterranei, anche se solo quattro o cinque, è difficile dirlo con precisione perché non tutti i livelli sono in orizzontale e si intersecano tra di loro, sono accessibili ai turisti, mentre i restanti sono riservati alla ricerca archeologica e antropologica) ed erano equipaggiate con fori di aerazione, stalle, forni, pozzi d'acqua e tutto quanto fosse necessario ad ospitare una popolazione che poteva arrivare, contando tutte le città sotterranee scoperte, fino a 20.000 abitanti. Quando queste città sotterranee sono state frequentate durante il cristianesimo bizantino, alcune camere sono state adattate come templi decorati con affreschi sulle pareti.
La regione della Cappadocia può essere approssimativamente considerata come un quadrato di settanta chilometri di lato, che comprende, tra le altre, le città di Aksaray e Nevşehir e grandi abitati. Gli abitanti dell'area non raggiungono la soglia del milione di abitanti, ma gli insediamenti sono così vicini gli uni agli altri, che danno l'impressione di essere una sola città estesa su una regione molto vasta.

In molte cartine, il nome Cappadocia non è nemmeno menzionato perché non si tratta di una delimitazione politica in quanto tale, ma piuttosto di una regione storica che comprende porzioni di varie province.

Il paesaggio unico della Cappadocia è il risultato del dispiegarsi di forze naturali nel corso di millenni. Circa 60 milioni di anni fa, si formò la catena montagnosa del Tauro nell'Anatolia meridionale, nella stessa epoca in cui si formava in Europa la catena alpina. La formazione delle cordigliera del Tauro creò numerosi burroni e depressioni in Anatolia centrale. Dieci milioni di anni fa, queste depressioni sono state riempite da magma vulcanico e altre materiali provenienti dai numerosi vulcani in eruzione in Anatolia centrale, in particolare i vulcani Erciyes, Keciboyduran, Develi, Göllü Dagi e Melendiz.

Gradualmente, le depressioni andarono scomparendo, trasformando la regione in un altopiano. Tuttavia, il minerale che colmò la depressione non è molto resistente all'azione erosiva del vento, della pioggia, dei fiumi, e alle escursioni termiche, di modo che l'erosione è stata in grado di "scolpire" le numerose valli delle quali la Cappadocia va famosa.
Tra i più importanti abitati vi sono Aksaray, Nevşehir, Kayseri, Ürgüp, Uçhisar, Niğde, Gülşehir, Gülağaç
Alcuni luoghi notevoli sono il museo a cielo aperto di Göreme, le città sotterranee di Kaymaklı e Derinkuyu, la valle di Zelve, Gomeda, Peribacalar Vadisi (Valle dei camini delle fate), Soğanlı vadisi, le città sotterranee di Özkonak, Tatlarin, Mazi e Acıgöl; le chiese come quelle di El Nazar e Aynalı.

venerdì 13 gennaio 2012

Milano. Museo del 900. 13 gennaio 2012

Il Museo del Novecento di Milano è una galleria predisposta all'esposizione di opere d'arte del XX secolo, ospitata all'interno del Palazzo dell'Arengario.
La sede del museo si trova nel palazzo dell'Arengario a seguito della decisione dell'amministrazione comunale,[1] ed è stata inaugurata il 6 dicembre 2010.[1] I lavori solo di ristrutturazione sono stati effettuati a cura di Italo Rota e Fabio Fornasari, per un costo complessivo di circa 28 milioni di euro.[2][3] La facciata dell'Arengario ha subito soltanto un restauro conservativo, mentre i lavori di modernizzazione si sono svolti all'interno, completamente modificato rispetto alla condizione originale.[4] Gli obiettivi dichiarati erano quelli di fornire un percorso museale in grado di sfruttare appieno gli spazi offerti dall'ex edificio; per fare ciò all'interno è stata inserita una rampa a spirale per la risalita, la quale accompagna i visitatori fino alla terrazza panoramica direttamente dalla fermata della metropolitana.[5] La piazza del Duomo è ovviamente visibile dalla terrazza, ma anche dallo scalone grazie a un'ampia vetrata e da un balcone coperto. Il museo inoltre è collegato a Palazzo Reale tramite una passerella esterna sospesa.[5] Gli scavi eseguiti preliminarmente per la sistemazione del cortile interno hanno portato alla luce reperti archeologici, i quali verranno probabilmente esposti nel museo stesso dopo gli opportuni restauri.
Per gli organizzatori, il museo nasce con lo scopo di:
«Diffondere la conoscenza dell’arte del Novecento per generare pluralità di visioni e capacità critica»

Sono esposte circa quattrocento opere,[3][10] selezionate tra le quattromila a disposizione delle Civiche Raccolte d'Arte milanesi, molte provenienti dalla collezione Jucker.[9] questi dipinti sono stati esposti dal 1984 al 1999 nella sede di Palazzo Reale, in via del tutto provvisoria. Sotto questo punto di vista il Museo del Novecento colma una lacuna storica, essendo mancato da sempre un centro fisso per l'esposizione di questi lavori, in una città come Milano che è stata culla di basilari movimenti artistici del novecento.[11] Sono esposti dipinti di differenti periodi artistici, dal Futurismo alla Metafisica e la Transavanguardia, i gruppi di Milano, Roma e Torino e l’arte Povera. Si possono ammirare opere di Pellizza da Volpedo, Boccioni, Modigliani, De Chirico, Sironi, Fontana e molti altri. Tra le particolarità bisogna citare un'opera di Fontana creata nel 1956; si tratta di un intero soffitto realizzato per l’Hotel del Golfo a Procchio, all’Isola d'Elba.[3] L'enorme lavoro è stato in deposito al Comune di Milano, che ne ha approfittato per esporlo all'ultimo piano del Museo (ultimo piano interamente dedicato a Fontana.[12][13]

Le caratteristiche del percorso museale sono ad oggi ancora sotto studio,[14] ma si conosce una linea espositiva di base: la visita è aperta da due sculture di De Chirico dei Bagni Misteriosi della Triennale, accompagnate da un antico pavimento romano e dal Quarto Stato di Pellizza da Volpedo.




Al primo piano hanno posto opere della collezione Jucker e i futuristi, al secondo gli astrattisti e i classicisti del novecento, il terzo piano ospiterà l'arte concettuale e a Palazzo Reale si conclude il tour con l'arte povera.



Milano. Pinacoteca di Brera. 13 gennaio 2012

L'Accademia di Belle Arti di Brera venne fondata nel 1776 con decreto dell'imperatrice Maria Teresa d'Austria per impulso del conte Carlo Firmian. Primo segretario fu l'erudito abate Albuzio.

Due anni dopo fu sostituito da Carlo Bianconi, che per un ventennio si prodigò a sviluppare l'istituzione e la scarsa dotazione iniziale. Anima della nuova istituzione furono però l'architetto Giuseppe Piermarini, allievo di Luigi Vanvitelli, e il decoratore ticinese, formatosi nell'Accademia di Parma, Giocondo Albertolli. Scopo manifesto era la creazione di maestranze che sapessero far fronte al nuovo ruolo assunto da Milano con la nomina dell'arciduca Ferdinando a capitano generale dello stato. Dopo secoli in città tornava una corte degna di questo nome, e si rendevano necessari interventi edilizi radicali, con la costruzione di palazzi pubblici e privati. Primo banco di prova di maestri e allievi dell'Accademia fu la costruzione a Monza della residenza estiva dell'arciduca, nota oggi come villa reale.

Le cose cambiarono radicalmente dopo la campagna d'Italia di Napoleone (1796) e il definitivo affermarsi della dominazione francese. Nel 1801 venne nominato segretario Giuseppe Bossi, già allievo dell'Accademia, che si impegnò ad arricchire con gessi e libri la dotazione didattica e dal 1805 organizzò mostre pubbliche.

Nel periodo napoleonico numerose chiese e monasteri vennero soppressi e i loro beni requisiti. Le opere migliori vennero spedite a Parigi mentre con quelle restanti si decise di costituire nelle principali città del regno una pinacoteca; sorsero così le grandi Gallerie di Venezia, Bologna e Milano. La pinacoteca di Milano doveva svolgere il compito di compendio della produzione artistica del regno d'Italia.

Andrea Appiani venne nominato Commissario per le Belle Arti nel 1805 e a Brera cominciarono ad affluire da ogni parte dipinti dalle chiese soppresse. Intanto nel 1806 Giuseppe Bossi inaugurava il primo museo dell'Accademia, di impronta spiccatamente didattica. Nel 1808 si decise di tramezzare l'antica chiesa di Santa Maria in due piani per realizzare i "Saloni Napoleonici" destinati a ospitare le gallerie del regno. Il 15 agosto 1809, giorno genetliaco di Napoleone, vennero inaugurate le tre sale, dominate dal grande gesso di "Napoleone come Marte pacificatore" di Antonio Canova. Si trattò di un evento temporaneo legato all'occasione (erano esposti solo 139 dipinti), e l'effettiva apertura delle gallerie delle statue e delle pitture ebbe luogo il 20 aprile 1810. Negli anni seguenti continuarono ad affluire dipinti, soprattutto nel 1811 e 1812, in particolare dalla collezione dell'arcivescovo Monti di Milano. Nel 1813 arrivarono dal Louvre di Parigi le opere di Rembrandt Harmenszoon Van Rijn, Pieter Paul Rubens ed Antoon Van Dyck.

Alla caduta del governo napoleonico nel 1814, il Congresso di Vienna sancì la restituzione dei beni sottratti ai proprietari originari, e anche la pinacoteca dovette cedere alcune opere. Essa continuò comunque ad arricchirsi di donazioni (lascito Oggioni) e nel 1882 venne separata dall'Accademia. Si trattò di una divisione assai laboriosa, che ebbe termine solo un decennio dopo, e che fu causa di molti equivoci.

Nel 1926 venne creata l'Associazione degli Amici di Brera grazie alla quale vennero acquistati diversi capolavori tra cui la "Cena in Emmaus" di Caravaggio.

Il sopraggiungere della guerra del 1914-1918 costrinse a far emigrare per ragioni di sicurezza la collezione a Roma e al suo rientro, la Pinacoteca fu riallestita sotto la Direzione di Ettore Modigliani.

Durante la seconda guerra mondiale le opere della Pinacoteca vennero messe al sicuro dalla direttrice Fernanda Wittgens, mentre il palazzo subì seri danni a causa dei bombardamenti del 1943 (crollo delle volte in trenta delle trentotto sale). La Pinacoteca iniziò la sua lenta resurrezione dalle rovine nel febbraio 1946 con l'opera generosa del progettista architetto Piero Portaluppi e della soprintendente Fernanda Wittgens. Tra le principali acquisizioni, va menzionato il ciclo di dipinti staccati dell'oratorio di Mocchirolo (XIV secolo).

Nel 1974 il soprintendente Franco Russoli ne decise la chiusura, lanciando al tempo stesso provocatoriamente, di fronte alle grandi difficoltà del momento, il progetto della "Grande Brera", che avrebbe dovuto comprendere anche l'attiguo palazzo Citterio, e che a distanza di alcuni decenni stenta ancora a trovare attuazione. Intanto il percorso di visita è stato rivisto e attualizzato, comprendendo anche opere d'arte contemporanea (collezioni Jesi e Vitali). Un progetto dell'architetto Mario Bellini ha ripreso nel 2009 la speranza di Franco Russoli di realizzare un museo moderno di rango internazionale.

L'assenza di un vero e proprio spazio da adibire alle mostre temporanee porta la Pinacoteca a sviluppare dal 2001 il progetto “Brera Mai Vista”. Questo presenta ogni tre mesi piccole esposizioni di poche opere, solitamente provenienti dai depositi del museo, che per l'occasione vengono restaurate e corredate da un breve catalogo che ne illustra la storia e la vicenda critica. Nel 2011 “Brera Mai Vista” conta più di 20 mostre[1] con opere di Francesco Hayez, Francesco Londonio, Giovanni Boccati, Giovanni Agostino da Lodi e Marco d'Oggiono, Giovanni Martino Spanzotti, Benozzo Gozzoli, il Maestro di Ercole e Gerolamo Visconti, Francesco Casella, Giuseppe Molteni, il Genovesino, Francesco Menzocchi, Alberto Sotio, Lucio Fontana, il Maestro dei dodici apostoli, Bernardino Luini, Giovanni Boldini, Pietro Orioli, il Bergognone, Giovanni Contarini, Mario Sironi.

Nel 2004 la Pinacoteca avvia la sperimentazione del progetto "A Brera anch’io. Il museo come terreno di dialogo interculturale" [2], che dal 2006 rientra nella programmazione educativa ordinaria dedicata alle scuole primarie e secondarie di primo grado di Milano e provincia.


Nel 2009 la Pinacoteca di Brera festeggia i duecento anni dalla sua fondazione con una serie d'eventi, mostre e convegni. Le esposizioni sono dedicate ai capolavori della Pinacoteca e ai loro restauri ('Caravaggio ospita Caravaggio', 'Raffaello. Lo Sposalizio della Vergine Restaurato', 'Il ritorno di Napoleone') o alla ricostruzione di alcuni nuclei di dipinti giunti nel 1809 a Brera e poi dispersi ('Crivelli e Brera', 'La Sala dei Paesaggi', 'Il Gabinetto di Autoritratti di Giuseppe Bossi'). Il 15 agosto 2009, a duecento anni esatti dall'inaugurazione, la Pinacoteca apre gratuitamente al pubblico, registrando il numero record di circa 12.000 visitatori

Milano. Brera Incontra il Pushkin. Collezionismo russo tra Renoir e Matisse. 13 gennaio 2012

In esposizione una eccezionale sequenza di capolavori di Cézanne, Gauguin, Monet, Matisse, Renoir, Picasso, Rousseau e Van Gogh dalle collezioni del Museo Statale delle Arti Figurative Puškin di Mosca celebra lo straordinario incontro di due grandi musei del XIX secolo in occasione dell'Anno della Cultura Italia-Russia. L'esposizione promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, il Museo Pushkin e la Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici di Milano, è curata da Caterina Bon Valsassina, Sandrina Bandera e Irina Antonova ed è in reciprocità della mostra su Caravaggio che lo Stato Italiano presenterà al Puskin da dicembre 2011: come per le opere di Caravaggio è una mostra dei record, con diciassette dipinti assicurati per quasi un miliardo di dollari. Agli albori del Novecento due collezionisti russi, commercianti di tessuti, Sergei Schuckin e Ivan Morozov diventano con la loro passione per l'arte, testimoni di tutte quelle novità e stimoli che hanno caratterizzato l'Europa a cavallo dei due secoli: le esposizioni universali, l'affermazione della fotografia, la pittura en plein air, i Salon e i caffè parigini, lo studio della forma estrema e del colore puro. Grandi mercanti e viaggiatori, i collezionisti Schukin e Morozov, in anni diversi, divennero i migliori clienti delle più importanti gallerie di Parigi, come Druet, Durand-Ruel, Kahnweiler, Vollard. In mostra una delle migliori opere della seconda fase cubista di Picasso, Ritratto di Ambroise Vollard, che Ivan Morozov acquistò probabilmente perché conosceva da vicino questo marchand, di certo non per una particolare sensibilità nei confronti del cubismo. Lo stesso Vollard che definì Morozov "un russo che non contratta!" non perché agisse affrettatamente ma piuttosto con slancio e passione. "Arrivati a Parigi scendevano dal treno ed erano già nelle botteghe, davanti ai loro occhi sfilavano tele come episodi di un film, tornavano a Mosca senza aver visto altro". (Felix Féneon – direttore della Galleria Bernheim-Jeune)














sabato 7 gennaio 2012

Istanbul Archaeology Museum December 2011. The Kadesh Treaty









Logistically unable to support a long siege of the walled city of Kadesh, Ramesses prudently gathered his troops and retreated south towards Damascus and ultimately back to Egypt. Once back in Egypt, Ramesses proclaimed that he had won a great victory, but in reality, all he had managed to do was to rescue his army since he was unable to capture Kadesh. In a personal sense, however, the Battle of Kadesh was a triumph for Ramesses since, after blundering into a devastating Hittite chariot ambush, the young king had courageously rallied his scattered troops to fight on the battlefield while escaping death or capture. The new lighter, faster, two-man Egyptian chariots were able to pursue and take down the slower three-man Hittite chariots from behind as they overtook them. The leading elements of Hittite's retreating chariots were thus pinned against the river and in several hieroglyphic inscriptions related to Ramesses II, said to flee across the river, abandoning their chariots, "swimming as fast as any crocodile" in their flight.
Hittite records from Boghazkoy, however, tell a very different conclusion to the greater campaign, where a chastened Ramesses was forced to depart from Kadesh in defeat. Modern historians essentially conclude the battle was a draw, a great moral victory for the Egyptians, who had developed new technologies and rearmed before pushing back against the years-long steady incursions by the Hittites, and the strategic win to Muwatalli II, since he lost a large portion of his chariot forces but sustained Kadesh through the brief siege.

The Kadesh peace agreement—on display at the Istanbul Archaeology Museum—is believed to be the earliest example of any written international agreement of any kind.
The Hittite king, Muwatalli II, continued to campaign as far south as the Egyptian province of Upi (Apa), which he captured and placed under the control of his brother Hattusili, the future Hattusili III. Egypt's sphere of influence in Asia was now restricted to Canaan. Even this was threatened for a time by revolts among Egypt's vassal states in the Levant, and Ramesses was compelled to embark on a series of campaigns in Canaan in order to uphold his authority there before he could initiate further assaults against the Hittite Empire.
In his eighth and ninth years, Ramesses extended his military successes; this time, he proved more successful against his Hittite foes when he successfully captured the cities of Dapur and Tunip, where no Egyptian soldier had been seen since the time of Thutmose III almost 120 years previously. His victory proved to be ephemeral, however. The thin strip of territory pinched between Amurru and Kadesh did not make for a stable possession. Within a year, they had returned to the Hittite fold, which meant that Ramesses had to march against Dapur once more in his tenth year. His second success here was equally as meaningless as his first, since neither Egypt nor Hatti could decisively defeat the other in battle.
The running borderlands conflicts were finally concluded some fifteen years after the Battle of Kadesh by an official peace treaty in 1258 BC, in the 21st year of Ramesses II's reign, with Hattusili III, the new king of the Hittites. The treaty that was established was inscribed on a silver tablet, of which a clay copy survived in the Hittite capital of Hattusa, in modern Turkey, and is on display at the Istanbul Archaeology Museum. An enlarged replica of the Kadesh agreement hangs on a wall at the headquarters of the United Nations, as the earliest international peace treaty known to historians. Its text, in the Hittite version, appears in the links below. An Egyptian version survives on a papyrus.


The text is here

Istanbul Archeologic Museum December 2011